Dietro le sbarre “vivere” la Pasqua senza riti liturgici

È la Settimana Santa e c’è un’atmosfera strana e surreale all’interno del carcere di Trapani, un tempo quasi di rassegnazione tra i detenuti che appena il 10 marzo scorso hanno messo a ferro e fuoco il reparto “Mediterraneo”, quello riservato ai reclusi “comuni”. Cancelli divelti, vetri spaccati, impianti elettrici, suppellettili, sanitari distrutti da una furia devastatrice la cui molla è da ricercarsi nella paura del contagio da coronavirus, ma probabilmente anche da una collera mai sopita verso il sistema carcere. Certo, non tutti i detenuti hanno partecipato alla devastazione, alcuni forse sono stati costretti a partecipare, vittime dell’omertà e di quelle leggi non scritte che vigono nelle carceri tra la popolazione detenuta.

Quello che dovrebbe essere un momento di riflessione sui propri errori, di comunione, di penitenza, ma anche di gioia per la resurrezione di Cristo, trasformato a causa della insensata rivolta in giorni di tensione, di contestazioni, di denunce, di procedimenti disciplinari e di isolamento. Ed è proprio la parola isolamento il refrain di questi lunghi giorni; non bastava, infatti, l’isolamento dalla società civile, l’isolamento per i detenuti nuovi giunti che devono sottoporsi a una quarantena obbligatoria, l’isolamento per i detenuti che devono scontare una punizione, l’isolamento spirituale causato dalla momentanea assenza del Cappellano.

A questi si è aggiunto l’isolamento più grave: quello dai propri cari, ovvero l’impossibilità di fare colloqui, di baciarsi e abbracciarsi, di sentire le parole di conforto della propria moglie, di fare delle carezze ai propri figli; il tutto è stato sostituito dalla possibilità di effettuare video chiamate Skype o Whatsapp, grazie al personale di Polizia penitenziaria, provato dalle tensione di questi drammatici giorni, ma che ha triplicato i propri sforzi per venire incontro alle esigenze di questi “utenti” (così ormai si chiamano burocraticamente) che restano pur sempre persone che hanno sbagliato, ma comunque esseri umani come noi.

In questi giorni convulsi ci manca la parola del Signore, ci manca la frenetica attività del Cappellano, ci manca il precetto pasquale del nostro Vescovo monsignor Pietro Maria Fragnelli sempre così affettuoso e vicino alle esigenze dei detenuti e del personale, con le giuste parole di speranza tratte dalle Scritture. Ci manca la “lavanda dei piedi” appuntamento in Cattedrale che vedeva tra i protagonisti, ormai da alcuni anni, dei detenuti meritevoli, scelti dagli educatori e da me stesso, a cui il magistrato di sorveglianza concedeva il permesso per partecipare alla celebrazione liturgica.

Anche la Chiesa trapanese non ha fatto mancare mai il sostegno economico teso a lenire la sofferenza dei detenuti più indigenti. A noi tutti, detenuti e personale di Polizia penitenziaria manca la parte spirituale della Pasqua di Nostro Signore: la Santa Messa che non verrà celebrata a causa di questa maledetta pandemia, le confessioni, la comunione, il conforto che la Parola di Dio può dare in questo luogo di sofferenze.

Giuseppe Romano, Comandante della Polizia penitenziaria al carcere di Trapani

(Questo servizio è uscito nel numero di Condividere del 6 aprile 2020: https://www.diocesimazara.eu/wp-content/uploads/1NEW_APRILE_2020_condividere.pdf)